Congedi per la nascita: chi sta a casa, quando e con quale indennità
Maternità, paternità e congedo parentale messi in fila lungo il calendario di una famiglia: durate, indennità, novità 2026, differenze per categoria e termini da non mancare.
I congedi per la nascita stanno quasi tutti dentro un unico testo, il decreto legislativo 151/2001, che le leggi di bilancio riscrivono un pezzo alla volta. L'INPS pubblica una scheda per ogni prestazione e per ogni categoria, ma nessuno mette in fila la domanda vera: chi sta a casa, in quali mesi, con quale indennità. Questa pagina segue quel calendario, con la norma o la pagina ufficiale accanto a ogni regola.
Due mesi prima del parto, oppure uno, oppure nessuno
La regola di partenza per la lavoratrice dipendente sono cinque mesi di astensione obbligatoria: i due che precedono la data presunta del parto e i tre successivi (art. 16 del D.Lgs. 151/2001, testo vigente ad agosto 2026). Attorno a questa base ci sono due alternative, entrambe da scegliere prima e non dopo.
La flessibilità sposta l'inizio al mese che precede la data presunta e allunga a quattro i mesi dopo il parto; serve l'attestazione del ginecologo del Servizio sanitario nazionale e, dove previsto, del medico competente, che dalla prosecuzione del lavoro non derivi pregiudizio alla salute della donna e del nascituro (art. 20). L'altra opzione permette di lavorare fino al parto e concentrare tutti e cinque i mesi dopo, sempre previa attestazione medica (art. 16, comma 1.1).
Esiste anche il percorso opposto: l'interdizione anticipata dal lavoro, disposta dall'azienda sanitaria per gravi complicanze della gravidanza e dall'Ispettorato territoriale del lavoro per condizioni di lavoro pregiudizievoli o impossibilità di spostare la lavoratrice ad altre mansioni (art. 17).
Per tutto il congedo di maternità l'indennità è pari all'80% della retribuzione, e il periodo è computato nell'anzianità di servizio a tutti gli effetti, ferie e tredicesima comprese (art. 22). Per contare le settimane e la data presunta c'è il calcolatore delle settimane di gravidanza.
Il giorno del parto sposta le date, non le toglie
Se il bambino nasce dopo la data presunta, il periodo intermedio fra data presunta e data effettiva è coperto dal divieto di lavoro e si aggiunge ai periodi ordinari. Se nasce prima, i giorni non goduti non si perdono: si sommano al congedo successivo, anche quando il totale supera i cinque mesi (art. 16, lettere b e d). In caso di ricovero del neonato la madre può inoltre sospendere il congedo e goderlo dalla data di dimissione del bambino, una sola volta per ogni figlio e con attestazione medica di compatibilità con la ripresa del lavoro (art. 16-bis).
Sui documenti i compiti sono divisi: il certificato con la data presunta va consegnato prima dell'inizio del divieto, lo trasmette all'INPS il medico e la data che indica fa fede anche se la previsione si rivela sbagliata; il certificato di nascita spetta invece alla lavoratrice, entro trenta giorni (art. 21).
I dieci giorni del padre non tolgono niente alla madre
Il congedo di paternità obbligatorio dura dieci giorni lavorativi, venti in caso di parto plurimo, e non è frazionabile a ore. Si usa dai due mesi precedenti la data presunta fino ai cinque mesi successivi al parto, anche in modo non continuativo, con comunicazione scritta al datore di lavoro con almeno cinque giorni di anticipo (art. 27-bis); l'indennità è pari al 100% della retribuzione (art. 29). È un diritto autonomo, non una quota sottratta al congedo della madre: si può usare mentre lei è in maternità. La scheda INPS lo riconosce ai padri lavoratori dipendenti privati e pubblici, anche adottivi e affidatari, e alle madri intenzionali in una coppia di donne che risultano genitori nei registri dello stato civile; restano esclusi i padri lavoratori autonomi e gli iscritti alla Gestione separata. Da non confondere con il congedo di paternità alternativo, che sostituisce quello della madre in caso di morte o grave infermità di lei, abbandono o affidamento esclusivo al padre, ed è retribuito all'80% (art. 28).
Congedo parentale: dove quasi tutti sbagliano il conto
La madre ne ha fino a sei mesi, il padre fino a sei che diventano sette se ne usa almeno tre; il tetto della coppia è dieci mesi, undici quando il padre arriva a tre, e undici per il genitore solo (art. 32). Dal 1° gennaio 2026 la finestra si allunga: i genitori lavoratori dipendenti possono fruirne fino ai quattordici anni del figlio invece che fino ai dodici, per effetto della legge di bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025, n. 199; istruzioni nel messaggio INPS n. 251 del 26 gennaio 2026).
I mesi indennizzati sono nove per coppia: tre non trasferibili a ciascun genitore più tre in alternativa fra i due. Di questi nove, fino a tre salgono all'80% della retribuzione, gli altri restano al 30% (art. 34, testo in vigore dal 1° gennaio 2026).
Oltre i mesi indennizzati il congedo resta possibile fino ai quattordici anni, ma l'indennità al 30% spetta solo sotto una soglia di reddito individuale pari a due volte e mezza il trattamento minimo di pensione, che si aggiorna ogni anno. Il preavviso al datore è di almeno cinque giorni, due per la fruizione a ore, e conviene presentare la domanda telematica prima di iniziare il periodo: le regole di decorrenza sono nella scheda INPS sul congedo parentale dei dipendenti.
Se non sei dipendente, il conto è un altro
Le lavoratrici autonome iscritte alle gestioni artigiani, commercianti, coltivatori diretti, imprenditori agricoli professionali e pescatori hanno l'indennità di maternità per i due mesi precedenti il parto e i tre successivi, ma calcolata sull'80% del salario minimo giornaliero fissato per legge secondo la categoria, non sulla retribuzione reale (artt. 66 e 68). Gli importi cambiano ogni anno con una circolare e vanno letti sulla scheda del servizio, non su articoli di anni precedenti. Il loro congedo parentale è di tre mesi per genitore entro il primo anno di vita del bambino (art. 69), al 30% della retribuzione convenzionale di categoria.
Per gli iscritti alla Gestione separata la base di calcolo è il reddito sul quale sono stati versati i contributi: periodo e misura della maternità vanno verificati sulla scheda INPS. Sul parentale la loro scheda indica tre mesi non trasferibili per genitore più tre in alternativa, al 30% e fino a nove mesi, fruibili a giorni e non a ore, ed entro i dodici anni del figlio: l'estensione ai quattordici anni riguarda i dipendenti. In compenso, chi è iscritto solo alla Gestione separata ha diritto all'indennità di maternità anche se il committente non ha versato i contributi (art. 64-ter). Un punto da leggere due volte: l'elevazione all'80% del parentale è prevista per i dipendenti, e le schede INPS di autonomi e Gestione separata indicano solo il 30%.
Chi ha perso il lavoro non è automaticamente fuori: l'indennità spetta se fra l'inizio della sospensione, dell'assenza o della disoccupazione e l'inizio del congedo non sono passati più di sessanta giorni, e chi inizia il congedo oltre quel termine mentre percepisce la disoccupazione riceve l'indennità di maternità al posto di quella di disoccupazione (art. 24).
Fino a quando non possono licenziarti
Il divieto di licenziamento copre la lavoratrice dall'inizio della gravidanza fino al compimento di un anno del bambino, e si estende al padre che fruisce del congedo di paternità, anche in quel caso fino a un anno del bambino. Non vale in caso di colpa grave che costituisca giusta causa, cessazione dell'attività dell'azienda, ultimazione della prestazione per cui la lavoratrice era stata assunta o scadenza del termine, esito negativo della prova. Il licenziamento intimato in violazione del divieto è nullo (art. 54).
Le dimissioni presentate in gravidanza, e quelle presentate da madre o padre nei primi tre anni di vita del bambino, devono essere convalidate dal servizio ispettivo del Ministero del lavoro; chi si dimette in quel periodo ha diritto alle indennità previste per il licenziamento e non deve il preavviso (art. 55).
Le date che costano denaro
La domanda di indennità di maternità va inoltrata prima dei due mesi che precedono la data prevista del parto e comunque non oltre un anno dalla fine del periodo indennizzabile, «pena la prescrizione del diritto all'indennità»: è scritto così nella scheda INPS, ed è il termine che più spesso si scopre troppo tardi. Accanto a quello, i cinque giorni di preavviso al datore per paternità e parentale, due per il parentale a ore. Dal 2026 i giorni di astensione per malattia del figlio passano inoltre da cinque a dieci l'anno per ciascun genitore, per figli fra i tre e i quattordici anni (Ministero del lavoro). Per i documenti dei primi giorni c'è la checklist dei documenti post nascita.
Ultimo aggiornamento: 14 agosto 2026. Importi, soglie e termini cambiano con le leggi di bilancio e con le circolari INPS: prima di presentare una domanda o di concordare le date con il datore, controlla la pagina ufficiale collegata al passaggio che ti riguarda. Qui si spiega come funziona la regola, non cosa fare in un caso specifico: per quello sono attrezzati patronati, consulenti del lavoro e sportelli INPS.
Fonti e approfondimenti
- Portale INPS - INPS - Istituto Nazionale della Previdenza Sociale
- Normattiva - banca dati della normativa vigente - Normattiva
- Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana - Gazzetta Ufficiale
Le fonti sono usate per orientare contenuti informativi generali e non sostituiscono il parere del pediatra o di un professionista sanitario.


